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  • Immagine del redattoreMassimo Catalucci

ROMA, ENNESIMO ATTO ESTREMO INCOMPRENSIBILE (O FORSE NO?) TRA I GIOVANI. UCCISA UNA DICIASSETTENNE

Famiglia, scuola e mezzi di comunicazione: “modelli” che formano i giovani alla vita “reale” e “virtuale”…con quali risultati?



- articolo di Massimo Catalucci


(NEWS & COMMUNITY - Look at the World) - Roma, 29 giugno 2023 – L’omicidio della giovane diciassettenne, Michelle Maria Causo, avvenuto ieri a Roma, è l’ennesimo atto violento tra i giovani. E’ ormai una triste realtà, quella cui siamo sottoposti ad assistere, quasi quotidianamente, nella nostra società. E sempre più spesso, purtroppo, giornali radio, tv e carta stampata, ci raccontano nei fatti di cronaca dei suicidi e degli omicidi commessi tra i ragazzi.


L’esaltazione di apparenti e artefatti stati di felicità, l’ostentazione di un benessere totale, la voglia di ricevere a tutti i costi consensi pubblici attraverso un “like” ricevuto sulla propria pagina di un social network, contestualmente, alla mancata formazione socio-pedagogica dei giovani che dovrebbe, prima, avere luogo tra le mura domestiche in Famiglia per poi estendersi alla scuola, probabilmente, non fanno altro che aumentare le frustrazioni, le delusioni e il malessere che si cela dietro sorrisi stampati e selfie di convenzione pubblicati nel web dai tanti ragazzi che, probabilmente, seguono modelli d’esempio devianti e distruttivi per la loro esistenza.


Gli aspetti psico-emotivi dei nostri giovani sono messi a dura prova, sollecitati, quotidianamente, da un sistema mediatico che fa dell’apparire e del consenso virtuale, un punto di riferimento a cui ispirarsi e che si insinua, lentamente, nei pensieri dei ragazzi, non preparati, psico-emotivamente, alle insidie che tali messaggi (video, verbali, letterari, ecc.) nascondono.


La vita, la società, in generale, sono piene di insidie e ciò che può fare la differenza in un individuo è fuori di dubbio che è da ricercare nell’educazione che ha ricevuto, intesa come formazione alla crescita, aspetto pedagogico del processo di sviluppo dall’età infantile fino ai 18/22 anni. Periodo evolutivo che traccia il passaggio dall’infanzia all’inizio della prima fase adulta, quando si acquisiscono autonomia fisica, mentale (distaccata dai propri genitori), ad una propria identità sessuale stabile e una moralità interiorizzata.


E purtroppo, c’è da chiedersi se questo processo negli ultimi decenni, venga attuato secondo quei principi educativi, socio-pedagogici che insegnano alle nuove generazioni come vivere nel contesto sociale in cui sono calate.


L’essere umano da quando nasce, vive un contesto sociale che trova le sue prime relazioni e interazioni all’interno del nucleo familiare e, successivamente, trova riferimenti nelle prime amicizie, nella scuola, nel lavoro, ecc. ecc..

In questi contesti di crescita, ognuno di noi vive esperienze personali dirette ed indirette che ci formano sotto ogni punto di vista.

LA FAMIGLIA

Purtroppo i modelli sociali che abbiamo costruito dal dopoguerra ad oggi, maggiormente concentrati negli ultimi decenni, non guardano, certamente, a quel modello primordiale e naturale che fa riferimento al primo nucleo sociale composto da un uomo e una donna che danno origine ad una o più nuove vite e al rispetto delle regole sociali ma si è voluto, attraverso la ricerca di una libertà “non libera”, stravolgere in primis, il principio naturale su citato per poi, man mano, far cadere ogni aspetto istituzionale di quel primo nucleo sociale chiamato Famiglia e tutti quei valori che lo rappresentano.


Così che, quei punti fermi a cui ci ispiravamo (padre e madre a cui aggiungerei anche i nonni) e verso i quali nel corso della nostra crescita ci ribellavamo (come è giusto che sia nella fase adolescenziale quando cominciavamo a maturare la nostra autonomia), ci vedevano sempre rispettosi di chi al tempo ci impartiva le prime regole di vita sociale attraverso le quali, non tutto ci era permesso, anzi, tutto dovevamo conquistarcelo per cui erano più i “no” che ricevevamo che i consensi, rispetto ai desideri che volevamo venissero esauditi dai nostri genitori.

LA SCUOLA

E poi, c’era la scuola. Quel luogo che era la nostra seconda Famiglia, dove trovavamo nuovi fratelli e sorelle adottivi (compagni di classe) e nuovi tutori/educatori, gli insegnanti, a cui aggiungerei anche i bidelli che erano persone, altresì, importanti nella scuola e che rispettavamo perché in qualche modo contribuivano alla nostra educazione e crescita. Certo, ci prendevamo spesso gioco di quest’ultimi ma sempre con il rispetto che si deve ad un adulto.


Come a casa anche a scuola, l’educazione che ci veniva impartita tendeva a farci crescere come persone; ci preparava alle realtà della vita; non esisteva l’amicizia virtuale, evoluzione dei mezzi di comunicazione della nostra società della fine del secondo millennio e l’inizio del nuovo, bensì, esisteva il confronto “vis a vis” con l’altro/a, dove gli aspetti comunicativi e relazionali “reali”, ci permettevano di crescere e dove al massimo il dissenso poteva sfociare in un litigio molto acceso e magari in una scazzottata (questo per lo più tra i ragazzi ma oggi assistiamo a scene del genere anche tra molte ragazze) e il più delle volte quello scontro fisico, faceva nascere tra i due rivali, una buona amicizia di lì in avanti.


Ora, qualcuno replicherà affermando che anche 40/50 anni fa esistevano ragazzi giovani che uccidevano altri giovani, che erano maleducati e non avevano rispetto degli adulti e per il contesto in cui vivevano, così come esisteva il potere psicologico e fisico di alcuni ragazzi bulli esercitato nelle scuole e nei gruppi dei pari, su altri coetanei.


Tutto, sicuramente, vero. Ma la tendenza è stata quella di vedere tra i giovani, nei decenni successivi, l’escalation di uno sfacciato “strafottismo”, di un mancato senso di rispetto, in primo luogo verso se stessi e di conseguenza verso i propri simili e il contesto in cui sono calati, dove tutto gli è dovuto senza che loro debbano nulla, dove il dissenso non viene accettato e dove l’unica via di uscita per sfuggire ad eventuali sofferenze, frustrazioni e delusioni varie, appare essere per molti (troppi) di loro, quella della strada della violenza psichica e fisica, inflitta a se stessi e/o verso i propri simili e che, purtroppo, come i fatti di cronaca ci raccontano, sfociano oggi in terribili epiloghi che mai vorremmo leggere, molto, molto di più di quanto riscontravamo qualche decennio fa.

I NUOVI MEZZI DI COMUNICAZIONE

E in tutto questo, lo sviluppo di nuovi strumenti e canali della comunicazione virtuale, hanno trasformato e accelerato, probabilmente, la tendenza a volere ed ottenere tutto e subito; hanno modificato il modo di relazionarsi gli uni con gli altri, dove un’amicizia fatta nel web, può spesso diventare molto pericolosa; dove il nickname o comunque, la pagina di un profilo personale è costruita ad arte e non rispecchia in nessun modo l’identità della persona che la gestisce; dove con la stessa facilità in cui si reclutano amici, gli stessi si possono allo stesso modo escludere con un click dalla propria cerchia di conoscenze (cancellare); dove la parola “successo” riecheggia, continuamente, in ogni dove ma sempre finalizzata al denaro, al lusso, al potere e come già suddetto, all’esaltazione di apparenti e artefatti stati di felicità, all'ostentazione di un benessere totale, alla voglia di ricevere a tutti i costi consensi pubblici attraverso un “like”.


Ma questo spazio virtuale che abbiamo costruito, non è la vita reale. E’ una sorta di “Matrix”, il film famoso dei fratelli Andy e Larry Wachowski. Una realtà virtuale conosciuta come “cyberspazio”, ovvero, lo spazio percepibile con i nostri sensi ma costruito da “bit” (unità di misura del contenuto di un’informazione che equivale al numero di decisioni al secondo), nel quale utenti, programmi (software) connessi fra loro comunicano attraverso una rete telematica (internet), nella quale si possono muovere ed interagire per gli scopi più diversi. Sono risorse informatiche a cui possono accedere simultaneamente, milioni di persone collegate alla rete.


Per cui, questa “realtà non reale”, nella quale sono cresciute le nuove generazioni dalla fine degli anni novanta ad oggi, unita alla “realtà effettiva” ma mancante di quei valori socio-pedagogici su cui si basava l’educazione che le Famiglie e la scuola impartivano per grande maggioranza ai propri ragazzi decenni fa, sta creando in quest’ultimi, modelli di vita devianti nei quali la parola successo e libertà assumono valori diversi da quelli che nella loro accezione dovrebbero significare: evoluzione dell’essere umano in tutti i suoi aspetti, psicofisici, emotivi spirituali e razionali.


a “vita reale” ci colpisce duramente e si deve essere abbastanza resilienti per poter assorbire i colpi che ci da’, per cui è importante che ci prepariamo bene nel corso della nostra crescita, aiutati da buoni modelli socio-pedagogici (famiglia, scuola), affinché, quando arriveranno quei colpi duri, saremo pronti a riceverli per rimanere in piedi senza cadere o quanto meno, laddove dovessimo cadere, trovare la forza per poterci rialzare.


A tal proposito mi viene in mente una scena del film Rocky Balboa (2006) di Silvester Stallone, quando il noto attore, rivolgendosi a suo figlio che vede debole nei confronti della vita, lo rimprovera ricordandogli che nel corso della nostra esistenza non è importante quanti pugni riusciamo a dare ma è molto più importante saper incassare quelli che riceviamo, rimanendo sempre in piedi e quando cadiamo, perché i pugni sono troppo forti, è lì che dobbiamo trovare la forza per reagire e rialzarci.


La vita colpisce duro- dice nel film Rocky al figlio e poi continua – Guarda che il mondo non è tutto rosa e fiori, è un postaccio misero e sporco e per quanto forte possa essere, se tu glielo permetti, ti mette in ginocchio e ti lascia senza niente per sempre. Nè io, nè tu, nessuno può colpire duro come fa la vita, perciò andando avanti, non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi. E se finisci al tappeto, hai la forza di rialzarti. Così sei un vincente!!! E se credi di essere forte, lo devi dimostrare che sei forte. Perchè un uomo vince solo se sa resistere, se non se ne va in giro a puntare il dito contro chi non c’entra, accusando prima questo e poi quell’altro di quanto sbaglia. I vigliacchi fanno così e tu non lo sei…non lo sei affatto!!!”


Nei passaggi del discorso al figlio, Rocky mette in risalto altri aspetti fondamentali che molti giovani di oggi maturano, negativamente, a seguito di quanto sopra descritto: la mancanza di autostima e fiducia, ovvero, l’assenza di un’amore rivolto verso se stessi, indipendentemente, dall’esito del fare dalle abilità e conoscenze; e riconoscersi delle capacità: sapere e saper fare.


Quindi, la “vita virtuale”, è ben diversa, seppur apparentemente simile, da quella “reale”. Si vive in un contesto diverso, effimero, “volatile” (per usare un termine informatico della memoria RAM dei circuiti hardware), dove una relazione così come è nata all’interno di quel cyberspazio, può essere chiusa al colpo di un click sulla tastiera di un pc o con un “tap” sullo schermo di uno Smartphone o Tablet.


E come sopra accennato, la costante presenza di una partecipazione dei giovani nel cyberspazio (oggi già all’età di un anno le nuove generazioni hanno in mano gli strumenti per avere accesso a questa “vita virtuale”) e la mancata presenza di strumenti educativi nella “vita reale”, che si basino su regole ferme e che contemplino anche l’accettazione da parte del giovane di saper assorbire i dinieghi, potrebbero creare una distorsione nello stesso tra le due realtà che vive per cui, quando si trova davanti un qualsiasi problema, potrebbe non riconoscere più se sta vivendo nel contesto di un “videogioco” o nella “vita reale”.

Con la differenza che, in un videogioco le violenze, le uccisioni e i danni fisici procurati tra i personaggi virtuali, nelle scene successive possono essere azzerati e gli stessi personaggi possono tornare a vivere sani e vegeti nel cyberspazio, mentre, nella vita reale, purtroppo, per le persone a cui abbiamo procurato violenze, non sarà la stessa cosa e non si potrà tornare indietro.

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