PUBBLICISTI - L'ANIMA NUMERICA, STORICA E OPERATIVA DELL'ORDINE DEI GIORNALISTI
- Massimo Catalucci

- 15 gen
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Roberto Rossi (Vice Presidente OdG Lazio): "Numeri, diritti e una riforma non più rinviabile"

articolo di Massimo Catalucci
ROMA - Giovedì, 15 gennaio 2026 - (NEWS & COMMUNITY - Look at the World - www.massimocatalucci.it) - Nel dibattito sul futuro dell’Ordine dei giornalisti c’è una verità che troppo spesso viene ignorata o peggio, minimizzata: i giornalisti pubblicisti non sono una categoria marginale, né un’appendice del sistema. Al contrario, rappresentano lo zoccolo duro dell’Ordine stesso, la sua anima numerica, storica e operativa. I dati parlano chiaro: la maggioranza degli iscritti all’OdG è composta da pubblicisti, contro una percentuale minore di professionisti (dati al 4 febbraio 2025: 7.387 professionisti e 10.571 pubblicisti). Eppure, a fronte di tale risultato schiacciante, la rappresentanza istituzionale rimane clamorosamente sbilanciata.
Nel Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti siedono oggi 60 consiglieri: 40 professionisti e solo 20 pubblicisti. Uno squilibrio evidente, difficilmente giustificabile alla luce dei numeri reali della categoria. Un paradosso che si traduce in una doppia penalizzazione: prima nel mondo del lavoro, dove i pubblicisti affrontano spesso precarietà, compensi inadeguati e un tasso di disoccupazione in crescita; poi all'interno dello stesso Ordine, dove la maggioranza degli iscritti si ritrova a contare meno della minoranza. Oltre al danno, la beffa.
Eppure, senza i pubblicisti l’Ordine non avrebbe né la consistenza numerica né la solidità economica che oggi lo caratterizzano. Sul piano contributivo, infatti, la sproporzione è identica a quella degli iscritti: una larga maggioranza delle entrate complessive degli Ordini regionali deriva dalle quote versate dai pubblicisti. Una base economica fondamentale, che tuttavia non trova un adeguato riconoscimento né in termini di rappresentanza, né di servizi e assistenza.
Fa bene, quindi, il vicepresidente dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, Roberto Rossi, insediatosi poco meno di un anno fa, a portare l'attenzione su questo problema. Occorre oggi ribadire con forza un principio tanto semplice quanto spesso dimenticato: i pubblicisti sono operatori qualificati dell’informazione, privata e pubblica, e come tali devono essere riconosciuti, rispettati e tutelati. Non si tratta di una rivendicazione corporativa, ma di una richiesta di equità, fondata su dati oggettivi e su una lunga storia professionale.
Il successo elettorale del Gruppo Gino Falleri, che ha visto l’elezione di tutti i suoi candidati grazie alla compattezza del voto dei pubblicisti, dimostra quanto questa consapevolezza sia ormai diffusa. Non è nostalgia del passato, ma volontà di non disperdere quanto costruito nelle precedenti consiliature, soprattutto in vista della necessaria riforma della legge 69 del 1963, ormai inadeguata a rappresentare la realtà del giornalismo contemporaneo.
La proposta avanzata da Rossi e dal Gruppo Gino Falleri sul piano della rappresentanza nazionale è ragionevole e tutt'altro che punitiva verso i professionisti: portare il numero dei consiglieri pubblicisti da 20 a 26, lasciando comunque ai professionisti una maggioranza di 34 su 60. Un riequilibrio che non mina l’unità della professione, ma restituisce dignità alla maggioranza degli iscritti, evitando quel “contentino” che oggi appare persino umiliante.
Sul piano identitario, poi, la narrazione che dipinge i pubblicisti come il “male” del giornalismo è non solo falsa, ma storicamente infondata. I pubblicisti hanno attraversato e costruito la storia dell’informazione italiana: dal Pasquino satirico a Trilussa, dai quotidiani murali del primo Novecento alle redazioni moderne, dove da sempre svolgono un lavoro essenziale di ricerca, approfondimento, critica e specializzazione. Nell’albo dei pubblicisti convivono professionalità diverse e di alto profilo – avvocati, medici, ingegneri, insegnanti, magistrati – insieme a giovani motivati che vedono nel giornalismo non un privilegio, ma un servizio da rendere alla collettività.
Esistono abusi? Sì, come in ogni categoria. Ma ridurre decine di migliaia di professionisti dell’informazione a poche eccezioni opportunistiche è un’operazione scorretta, che danneggia soprattutto i più giovani e i più seri. Su questo punto, il lavoro di vigilanza e dialogo avviato dal Gruppo Gino Falleri va nella direzione giusta, così come l’apertura verso i colleghi professionisti, nel rispetto reciproco dei ruoli e delle esigenze.
Infine, non si può ignorare il tema del welfare e dell’assistenza. I pubblicisti contribuiscono in modo decisivo alle casse dell’Ordine, ma usufruiscono in misura minima di ammortizzatori sociali che lascia scoperti proprio coloro che più contribuiscono al sistema.
Di fronte a tutto questo, la richiesta di una riforma equa non è solo legittima, ma necessaria. Se l’Ordine continuerà a considerare i pubblicisti principalmente come una fonte di sostegno economico, senza garantire una rappresentanza adeguata e una reale attenzione alle loro condizioni, allora la riflessione proposta da Rossi diventa inevitabile: "ha ancora senso restare in un’unica casa, o non sarebbe più onesto ipotizzare percorsi distinti?"
La strada maestra resta quella del dialogo e del rispetto reciproco. Pubblicisti e professionisti sono due figure qualificate, diverse ma complementari, entrambe indispensabili al sistema dell’informazione. Riconoscere questo equilibrio non significa dividere, ma rafforzare l’Ordine. Continuare a ignorarlo, invece, significa perpetuare un’ingiustizia che i numeri, la storia e il buon senso non possono più tollerare.
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